Arte e verità – il valore del simbolo


Il rapporto tra arte e verità è un argomento molto dibattuto e che vede fin dall’antica Grecia contrapporsi due grandi scuole di pensiero: da una parte Platone sosteneva che l’arte andava del tutto rifiutata perché non era altro che una copia della realtà che a sua volta era già una sorta di copia del mondo delle idee.

A questa visione si oppose Aristotele che sosteneva invece la grande funzione catartica dell’arte: riferendosi in modo particolare alla tragedia greca, egli osservava come lo spettatore, il fruitore dell’opera d’arte, riusciva a vivere una serie di stati d’animo che non avrebbe provato nella propria vita.

L’arte permette di scaricare le angosce, di provare un odio profondo che sarebbe rischioso se vissuto nella “vita reale”, consente quindi di sublimare certi sentimenti e di provare grandi e forti emozioni. In questo senso secondo Aristotele l’arte è insostituibile nell’ambito della vita sociale, e non solo per quanto riguarda il singolo uomo.

La funzione catartica dell’arte.

Il concetto della funzione catartica dell’arte è stato più volte ripreso anche nei secoli successivi fondandosi in particolar modo su un aspetto che è già stato toccato parlando di fotografia e memoria.

L’immagine artistica non è puramente denotativa, cioè non si limita a riprodurre qualche cosa: in essa il significato è molto più vasto del significante, cioè dell’immagine stessa per come la percepiamo.

La stessa cosa succede ad esempio per il famosissimo campo di grano dipinto da Van Gogh: è rappresentato solo un campo con un cielo scuro e dei corvi, ma l’osservatore vi avverte una profonda angoscia e solitudine.

In questa distanza che separa l’immagine dal suo profondo significato sta tutta la possibilità interpretativa umana e la grandezza dell’arte: non si tratta di una mero copia ma di una rappresentazione simbolica e nell’interpretazione del simbolo si gioca gran parte della sensibilità e libertà umana.

Campo di grano - arte

L’immagine si fa simbolo.

Per questo non si può cadere nell’errore di pensare che le fotografie siano pure riproduzioni neutre del mondo: non sono semplici finestre sulla realtà, ma sono immagini cariche di simboli che vanno conosciuti e interpretati, così come va interpretato un mosaico bizantino: anche nella fotografia quindi esistono delle chiavi di lettura, degli aspetti da osservare per cogliere il linguaggio dell’uomo che ha voluto comunicare attraverso lo fotografia.

Non occorre necessariamente andare o cercare degli elementi particolari dotati di un qualche proprio significato, come succede spesso nell’arte antica in cui alcuni animali erano il simbolo inconfutabile di qualcosa.

Nella fotografia, come in gran parte dell’arte moderna e contemporanea, l’immagine stessa si fa simbolo; andrà interpretata quindi interamente considerando diversi elementi costitutivi: si dovranno osservare i colori, la luce, le linee, il tipo di inquadratura, e attraverso questi costruire un codice di linguaggio.

Naturalmente occorre tenere sempre presente che interpretare un linguaggio non significo assegnargli dei concetti, ma comprendere l’intento comunicativo dell’autore.

Quando ci si trova davanti a un testo di Shakespeare si cerca di entrare nel suo linguaggio e nel suo significato, senza imporgli schemi mentali precostituiti.

Questo tipo di lettura, una volta divenuta naturale, consentirà di prestare anche maggiore attenzione alle immagini che si possono realizzare, ai simboli che si usano e alle varie possibilità interpretative che l’opera fotografica offre.

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