Dall’ottica alla fotografia -Niépce, Talbot, Daguerre


L’ottica è il ramo della fisica che studia la luce e le leggi che la regolano e ha origini molto antiche.

L’uomo infatti si è sempre occupato della luce intuendo il ruolo fondamentale che essa assume nella vita e nei processi vitali della natura.

Già nell’antica Grecia Aristotele e Archimede avevano iniziato a indagare in questo ambito, ma i progressi erano limitati dalla mancanza di mezzi matematici adeguati (basti pensare al fatto che il mondo latino non conosceva lo zero, introdotto solo nel Medioevo con la matematica araba); non si riuscivano a creare dei modelli numerici, sia per un problema di formulazione che per una carenza di strumenti di rilevazione.

È interessante considerare che ancora oggi non si è giunti a una definizione univoca della natura della luce, poiché non si riesce a conciliare la sua natura corpuscolare con quella che viene considerata costituita da onde.

Le lenti

Dopo Aristotele, che aveva già teorizzato il funzionamento del foro stenopeico, e Archimede, che aveva compiuto studi con le lenti, bisognerà attendere Galileo per ottenere formulazioni matematiche moderne e corroborate da rilevazioni sperimentali.

Il matematico pisano studiò in particolare l’effetto ottico prodotto dalle lenti per arrivare a perfezionare il cannocchiale.

che lui usava per l’osservazione della volta celeste.

È proprio a questo punto che l’evoluzione della teoria e gli studi di ottica incrociano la storia della fotografia; se infatti il foro stenopeico era già utilizzato nel 1400, si deve a Cardano l’introduzione di una lente per convogliare la luce proveniente da diverse direzioni e focalizzarla in un solo punto.

Questa miglioria permise di superare un grosso limite del foro stenopeico: la scarsa luminosità dell’immagine dovuta alle dimensioni millimetriche del foro.

Fissare l’immagine.

Ma perché si passasse dalla camera obscura alla macchina fotografica occorreva risolvere un altro problema, forse quello fondamentale: la capacità di fissare su un supporto un’immagine presa direttamente dalla realtà, che ha da subito rappresentato la cifra distintiva della fotografia rispetto alle altre arti.

La nascita di questo procedimento avvenne come per molte altre scoperte quasi per caso e vi si intrecciarono le ligure e le vicende di tre personaggi: Niépce, Daguerre e Talbot, che si contesero, il ruolo di inventore della fotografia.

Niépce e l’eliografia.

Joseph Nicéphore Niépce, appassionato di litografia, era alla ricerca di un metodo per realizzare un’incisione direttamente con la luce, in modo da avere riproduzioni fedeli della realtà; scoprì che il bitume di Giudea era fotosensibile, cioè si induriva a contatto con la luce.

Cosparse quindi una lastra di peltro con questa sostanza e la usò nella camera oscura: nelle zone colpite dalla luce il bitume modificava il suo stato fisico e non poteva più essere asportato dalla lastra.

Niépce eliminò così la parte rimasta morbida e utilizzò dei vapori di iodio per annerire le parti in rilievo, ottenendo un positivo che rappresentava i chiari e gli scuri dell’immagine proiettata.

Perché il bitume si indurisse alla luce era necessaria però un’esposizione lunghissima, fino a otto ore, per cui era del tutto impossibile cogliere cose e persone in movimento.

La prima immagine realizzata rappresenta una veduta dalla sua finestra nella quale si colgono gli edifici e lo spazio della piazza.

Non si sono impressionate invece le figure umane, tranne un’eccezione: la silhouette di una persona che evidentemente era rimasta immobile nella stessa posizione per un lasso di tempo sufficientemente lungo ad impressionare la lastra.

Niépce chiamò questo processo eliografia, cioè scrittura con il sole, e lo presentò alla Royal Society che non accettò la comunicazione perché egli non volle rivelare tutto il procedimento.
Niépce

I dagherrotipi

Successivamente, nel 1827, a Parigi contattò Louis Jacques Mandé Daguerre, un pittore parigino che utilizzava la camera oscura per assicurarsi una prospettiva corretta e che a sua volta era venuto a conoscenza degli studi di Niépce grazie alla frequentazione di un comune fornitore di lenti.

l due conclusero un accordo commerciale nel 1829, valido dieci anni, per continuare le ricerche in comune.

Dopo quattro anni Niépce morì senza aver potuto pubblicare il suo procedimento e il figlio lsidore prese il posto nell’associazione con Daguerre, ma non fornì alcun contributo, tanto che Daguerre modificò il contratto e mutò il nome dell’invenzione in dagherrotipia, sfruttando alcune delle intuizioni di Niépce

 

Niépce

Oggetti unici.

In realtà tra dagherrotipo ed eliografia esistono delle differenze importanti: Daguerre infatti utilizzava lastre di rame cosparse di un sottile strato d’argento sensibilizzato mediante l’esposizione a vapori di iodio e successivamente sviluppato con vapori di mercurio.

La scoperto dell’effetto dei vapori di mercurio sulla lastra d’argento esposta fu del tutto casuale: Daguerre infatti aveva appoggiato una lastra d’argento, scartata perché sottoesposto, vicino ai contenitori delle varie sostanze chimiche.

Dopo poco tempo vide che la lastra risultava perfettamente esposta e capì che erano stati i vapori di mercurio a completare l’esposizione. Nacque così l’idea di quello che sarebbe stato poi lo sviluppo delle pellicole e che permise di abbattere notevolmente i tempi di posa rispetto alla eliografia : erano infatti sufficienti 10 o 15 minuti.

La lastra alla fine veniva fissata con una soluzione di iposolfito di sodio. L’immagine non era però riproducibile; se questo da un lato rendeva la fotografia più preziosa, perché oggetto unico e quindi più simile alla pittura, non le permetteva però di qualificarsi con una specificità propria.

Talbot e la calotipia.

Occorrerà quindi attendere un passo ulteriore perché la fotografia, dopo aver scoperto il modo di fissare la luce, possa essere utilizzata per riprodurre all’infinito un’immagine. Questa scoperta è da attribuire a Talbot.

Lo studioso inglese apprese l’entusiastica notizia della nascita della dagherrotipia e pensò di tutelare immediatamente i propri studi, frutto di anni di lavoro, brevettandoli presso la Royal Society. La sua grande invenzione è il negativo.

Talbot utilizzò una comune carta da lettera, pennellata con una soluzione di ioduro di potassio e ioduro d’argento e sensibilizzata in un secondo tempo con una miscela di nitrato d’argento, acido gallico e acido acetico.

Questa carta, esposta alla luce, veniva sviluppato con una soluzione simile a quella usata per la sensibilizzazione e si otteneva un’immagine in negativo stampabile a contatto su una carta sensibile.

In questo modo l’immagine poteva essere riprodotta un numero infinito di volte. Il tempo di posa diminuì ulteriormente e questo nuovo procedimento, chiamato calotipia, si diffuse anche per la stampa delle immagini sulle riviste.

Niépce

La macchina fotografica

Dal punto di vista dei materiali sensibili non cambierà moltissimo fino ai giorni nostri, si perfezioneranno le quantità dei sali d’argento, i dosaggi dei reagenti chimici e i supporti, ma i procedimenti rimarranno grosso modo quelli studiati da Talbot.

L’altro versante dell’evoluzione della fotografia riguarda la macchina fotografica propriamente detta.

All’inizio non vi erano sostanziali differenze tra una camera obscura e una macchina fotografica, a parte il fatto che quest’ultima presentava una lastra di materiale fotosensibile posizionata dalla parte opposta alla lente.

Questo Elemento di base costituisce il nucleo fondamentale di una macchina fotografica al quale si sono aggiunti due elementi indispensabili per il controllo dell’immagine: il diaframma e l’otturatore.

Il diaframma è un disco costituito da lamelle che formano un foro centrale dal diametro variabile e permette di regolare la quantità di luce che va a colpire la pellicola.

L’otturatore invece è un meccanismo che apre e chiude l’obiettivo durante lo scatto, tramite delle lamelle o delle tendine, per una frazione di tempo necessaria a far passare la luce.

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