Fissare la luce, pellicola e sensori.


L’occhio umano è continuamente colpito dalla luce, ma non conserva nessun tipo di memoria delle immagini che si sono formate sulla retina: è come una sorta di messaggero che non tiene la comunicazione che porta, la loro conservazione in forma di ricordo così come la loro interpretazione avviene a livello cerebrale.

La retina quindi non contiene nessun elemento in grado di fissare la luce in modo permanente e proprio per questo fatto le consente di poter ricevere un flusso di immagini continuo.

La fotografia ha fin dalle sue origini cercato il modo di fissare l’immagine prodotta attraverso i primi dispositivi ottici con un sistema ce la rendesse stabile nel tempo.

Non si trattava solo di trovare un materiale sensibile alla luce, ma anche il modo affinché l’immagine fosse fissata per sempre, in maniera indelebile.

Strati-pellicola-in-bianco-e-nero
LA PELLICOLA. La nascita della pellicola (preceduta dall’uso di altri materiali fotosensibili) ha ovviato a questo problema creando una sorta di retina monouso con la capacità di fissare mediante un procedimento chimico, le trasformazioni determinate dalle onde luminose.

Ad esempio, supponendo di fotografare un fiore rosso, esso rifletterà in tutte le direzioni onde luminose della lunghezza d’onda del rosso; alcune di queste onde passeranno attraverso le lenti della macchina fotografica andandosi a incidere sulla pellicola che subirà una trasformazione chimica irreversibile.

Si dice che la pellicola è stata “esposta” e quindi “impressionata”.

Questo mutamento è possibile perché la pellicola è coperta da un’emulsione composta da sali d’argento ( minuti granuli di alogenuri d’argento: cloruro, ioduro e bromuro) sensibili alla luce, le pellicole in bianco e nero hanno un solo strato di emulsione, mentre le pellicole a colori hanno tre strati sensibili a diverse lunghezze d’onda.

L’IMMAGINE IN BIANCO E NERO.

Per il bianco e nero il procedimento funziona in modo molto semplice: le onde luminose colpendo i sali d’argento provocano una reazione chimica per cui questi grani si dicono “sensibilizzati”.

E’ il momento in cui si forma la cosiddetta “immagine latente”: la modifica è avvenuta ed è permanente, ma ancora non è visibile all’occhio umano, sarà compito dello sviluppo chimico convertire i granuli sensibilizzati del bromuro in argento metallico nero, mentre tutti gli altri non sensibilizzati verranno lavati via nella fase finale e lasceranno delle zone trasparenti sul negativo.

Già Daguerre aveva scoperto, in modo abbastanza casuale, la possibilità di impressionare una lastra metallica esposta attraverso un apparecchio ottico e di poter poi “svilupparla” e renderla visibile grazie a delle sostanze chimiche come il mercurio; ma è a Talbot che si deve la scoperta del primo “negativo” da cui stampare una quantità multipla di immagini, mentre il dagherrotipo consentiva solo, proprio per le caratteristiche chimiche dello sviluppo al mercurio, di ottenere una sola immagine in positivo.

IL NEGATIVO. Prima della scoperta del procedimento negativo – positivo era necessario esporre il supporto fotosensibile per il tempo necessario alla conversione degli alogenuri in argento metallico: questo richiedeva molto tempo e rendeva difficili le riprese; grazie alla scoperta di Talbot, i tempi di posa si accorciarono notevolmente, perché il supporto si esponeva solo per il tempo necessario alla formazione dell’immagine latente, lasciando la fase successiva allo sviluppo in camera oscura.

Questo procedimento è quello che ha portato alla fotografia moderna, con pellicole negative dalle quali si possono riprodurre infinite stampe.Una volta che si è esposta è quindi necessario che la pellicola non prenda più luce: verrà tenuta al buio fino a quando non sarà sviluppata e stampata. Lo sviluppo viene effettuato con dei rilevatori chimici e fa si che i granuli sensibilizzati si trasformino in argento metallico, di colore nero in proporzione alla quantità di luce ricevuta.

Il concetto di base è quindi che tanto più una parte dell’inquadratura in fase di ripresa è chiara poiché riflette o emana luce, tanto più sarà scura la pellicola in corrispondenza di questa area; questo è dovuto al fatto che maggiore è la luce che colpisce la pellicola, maggiore sarà la quantità di sali d’argento modificati e quindi neri. Una volta sviluppata la pellicola è necessario fissarla, cioè eliminare tutti i sali non sensibilizzati ( che si modificherebbero ad una prossima esposizione alla luce). Dopo questi processi la pellicola può prendere nuovamente luce.

STAMPA DEL NEGATIVO.

Per la stampa invece occorrerà agire di nuovo al buio, in questo caso è la carta su cui si stampa l’elemento sensibile che non deve prendere luce se non per il tempo di esposizione. Il fotogramma negativo grazie a un apposito strumento detto ingranditore va ad impressionare un foglio di carta ricoperto da un’emulsione ai sali d’argento, simile a quella che si trovava sulla pellicola.

Anche in questo caso la luce modificherà l’emulsione sulla carta, l’immagine si renderà visibile attraverso un bagno dentro un rivelatore, dopodiché occorrerà fissarla e lavarla. Il lavaggio è molto importante perché, anche se non comporta nessuna modifica nell’immagine, un lavaggio scorretto o insufficiente potrebbe causare un deterioramento della stampa nel tempo, facendola scolorire o macchiare. Delle piccole macchioline gialle sono il segno di un lavaggio poco accurato, mentre se il fissaggio è stato eseguito male, l’immagine potrebbe con il tempo, e soprattutto con la luce, continuare a reagire e quindi cambiare colori o sbiadire.

LA PELLICOLA A COLORI.

Per quanto riguarda la pellicola a colori il procedimento non cambia molto, ma entrano in gioco altre componenti chimiche che vanno a reagire alle diverse lunghezze d’onda dei colori insieme ai sali d’argento per formare l’immagine sulla pellicola e poi sulla stampa finale.

LA PELLICOLA A SVILUPPO ISTANTANEO.

Esistono anche pellicole a sviluppo istantaneo, che contengono in una sorta di sacchetto i liquidi di sviluppo: dopo lo scatto, la pellicola passa attraverso degli appositi rulli che rompono il sacchetto e fanno si che il liquidi di diffondano in una sacca sotto la pellicola e procedono allo sviluppo; dopo qualche istante inizia a comparire l’immagine che risulta completa dopo qualche minuto. Le pellicole di questo tipo sono state molto popolari in un certo periodo perché, un p come il digitale di oggi, permettevano di vedere subito il risultato della fotografia appena scattata. Sono state anche molto usate dai fotografi professionisti su appositi dorsi removibili, come test di prova per l’esposizione e l’inquadratura prima dello scatto definitivo.

IL DIGITALE.

Con il digitale tutto il processo che va dallo scatto alla stampa è stato rivoluzionato: anche in questo caso esiste un supporto sensibile alla luce ( il CCD, che sostituisce la pellicola), ma il processo che porta al fissaggio dell’immagine non è chimico bensì digitale. Quello che si ottiene non è un negativo, ma un file, che andrà poi stampato mediante una elaborazione da parte di un software che indicherà a una stampante la quantità di pigmenti colorati da apporre sulla carta.

Il fatto che la fotografia digitale elimini alcuni processi chimici non deve indurre a pensare che faciliti del tutto la ripresa e la stampa.Essa, infatti richiede una conoscenza altrettanto puntuale dei processi di formazione dell’immagine e una grande abilità nella fase che segue l’acquisizione al computer per ottenere ciò che altrimenti si sarebbe dovuto fare in camera oscura, come il controllo della luminosità e del contrasto il bilanciamento o la regolazione della saturazione dei colori. Esistono infatti appositi programmi che lavorano in “Post-produzione”, ovvero dopo la ripresa, per consentire un’opportuna elaborazione delle immagini.DUO_SENSOR

Comments