Fotografia e verità: condizionamenti culturali e tecnici


Approfondendo ulteriormente il rapporto tra la rappresentazione della realtà fornita dalla fotografia e quella che viene chiamata verità storica, ci si imbatte in un’altra serie di considerazioni.

La fotografia necessita sempre di un operatore, di un fotografo che come ogni essere umano ha un bagaglio culturale e subisce le influenze e i condizionamenti del mondo che lo circonda.

La fotografia non è quindi immune dalle mode, dalle forme artistiche più diffuse e da un generale modo di sentire e di vedere le cose della società a cui appartiene.

Questo è sicuramente un dato di fatto che ha anche un senso fortemente positivo: la persona infatti agisce liberamente in quanto individuo, ma è anche il risultato della sua storia e della sua cultura ed è quindi solo conoscendo l’individuo e il contesto che è possibile comprendere un linguaggio e dargli il corretto significato.

L’approccio alla realtà

Esistono anche fattori tecnici che possono determinare un certo approccio alla realtà.

È emblematico il caso del primo reportage di guerra, realizzato da Timothy O’Sullivan sui campi di battaglia della guerra di Secessione.

Una delle fotografie Harvest of Death (Raccolto di morte) rappresenta una distesa di soldati morti mentre sullo sfondo, sfocati e nella nebbia, si intravedono uomini a cavallo.

La battaglia è finita, la calma è tornata, il dramma si è già consumato.

verità 1037 Capa Normandia

In questo caso è evidente una certa lettura della scena che vuole mantenere un tono epico, ma occorre anche tenere presente i mezzi tecnici con cui O’Sullivan ha lavorato: macchine di grande formato che non consentivano riprese dinamiche.

È stato in un certo senso costretto a realizzare immagini statiche come se fossero still-life dei campi di battaglia, e con i mezzi che aveva a disposizione ha cercato di rendere la scena comunque drammatica e carica di tensione.

Le sue immagini non sono edulcorate, ma certo hanno un’atmosfera sospesa, radicalmente diversa ad esempio dalle fotografie realizzate da Capa durante lo sbarco in Normandia.

In quest’ultimo reportage vediamo infatti persino il volto tirato del soldato americano in acqua, gli schizzi, il movimento e la dinamicità .

Non c’è spazio per la contemplazione epica, bisogna correre, raggiungere la riva.

La differenza è data certamente dalla sensibilità del fotografo, dal modo di vedere la guerra, combattuta da ragazzi comuni e non da soldati addestrati a questo ruolo; eppure in questo mutamento di linguaggio visivo è stata fondamentale e imprescindibile l’invenzione delle prime macchine istantanee di piccolo formato.

O’Sullivan anche volendo non avrebbe mai potuto ottenere immagini così “dentro la scena”, così dinamiche e dolorose: non gli era consentito dal pesante mezzo che utilizzava, che aveva bisogno addirittura di un cavalletto.

Scattare una foto oggi

Al giorno d’oggi non occorre essere reporter e avere una macchina fotografica con sé: basta un telefono cellulare per scattare una foto.

Questo rappresenta un problema quando le immagini sono riprese senza nessun senso di responsabilità e magari diffuse via Internet, ma occorre anche riflettere su tutti i fenomeni sommersi che invece vengono alla luce grazie all’istinto voyeuristico di alcuni individui.

Le immagini del carcere di Abu Ghraib non ci sono arrivate da un fotogiornalista, ma da un militare che voleva mettersi in mostra e ha potuto farlo grazie alla tecnologia attuale.

Di fronte a quelle immagini non è possibile ignorare i fatti: esse restano con tutta la loro crudezza a interrogarci sull’uomo, le sue bassezze e la sua dignità.

ARTE E VERITÀ: IL VALORE DEL SIMBOLO

Il rapporto tra arte e verità è un argomento molto dibattuto e che vede fin dall’antica Grecia contrapporsi due grandi scuole di pensiero: da una parte Platone sosteneva che l’arte andava del tutto rifiutata perché non era altro che una copia della realtà che a sua volta era già una sorta di copia del mondo delle idee.

A questa visione si oppose Aristotele che sosteneva invece la grande funzione catartica dell’arte: riferendosi in modo particolare alla tragedia greca, egli osservava come lo spettatore, il fruitore dell’opera d’arte, riusciva a vivere una serie di stati d’animo che non avrebbe provato nella propria vita.

L’arte permette di scaricare le angosce, di provare un odio profondo che sarebbe rischioso se vissuto nella “vita reale”, consente quindi di sublimare certi sentimenti e di provare grandi e forti emozioni.

In questo senso secondo Aristotele l’arte è insostituibile nell’ambito della vita sociale, e non solo per quanto riguarda il singolo uomo.

La funzione catartica dell’arte.

Il concetto della funzione catartica dell’arte è stato più volte ripreso anche nei secoli successivi fondandosi in particolar modo su un aspetto che è già stato toccato parlando di fotografia e memoria.

L’immagine artistica non è puramente denotativa, cioè non si limita b riprodurre qualche cosa: in essa il significato è molto più vasto del significante, cioè dell’immagine stessa per come la percepiamo.

Se un’immagine rappresenta solamente un paesaggio crepuscolare, con una piccola figura di uomo che rema tutto solo lungo il corso del fiume, la mente umana nell’osservare la scena non potrà disgiungerla da un senso di malinconia, non potrà non chiedersi quali possano essere i pensieri di quell’uomo sulla barca.

La stessa cosa succede ad esempio per il famosissimo campo di grano dipinto da Van Gogh: è rappresentato solo un campo con un cielo scuro e dei corvi, ma l’osservatore vi avverte una profonda angoscia e solitudine.

In questa distanza che separa l’immagine dal suo profondo significato sta tutta la possibilità interpretativa umana e la grandezza dell’arte: non si tratta di una mero copia ma di una rappresentazione simbolica e nell’interpretazione del simbolo si gioca gran parte della sensibilità e libertà umana.

L’immagine si fa simbolo.

Per questo non si può cadere nell’errore di pensare che le fotografie siano pure riproduzioni neutre del mondo: non sono semplici finestre sulla realtà, ma sono immagini cariche di simboli che vanno conosciuti e interpretati, così come va interpretato un mosaico bizantino: anche nella fotografia quindi esistono delle chiavi di lettura, degli aspetti da osservare per cogliere il linguaggio dell’uomo che ha voluto comunicare attraverso lo fotografia.

Non occorre necessariamente andare o cercare degli elementi particolari dotati di un qualche proprio significato, come succede spesso nell’arte antica in cui alcuni animali erano il simbolo inconfutabile di qualcosa.

Nella fotografia, come in gran parte dell’arte moderna e contemporanea, l’immagine stessa si fa simbolo; andrà interpretata quindi interamente considerando diversi elementi costitutivi: si dovranno osservare i colori, la luce, le linee, il tipo di inquadratura, e attraverso questi costruire un codice di linguaggio.

Naturalmente occorre tenere sempre presente che interpretare un linguaggio non significo assegnargli dei concetti, ma comprendere l’intento comunicativo dell’autore; quando ci si trova davanti a un testo di Shakespeare si cerca di entrare nel suo linguaggio e nel suo significato, senza imporgli schemi mentali precostituiti.

Questo tipo di lettura, uno volto divenuto naturale, consentirò di prestare anche maggiore attenzione alle immagini che si possono realizzare, ai simboli che si usano e alle varie possibilità interpretative che l’opera fotografica offre.

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