Tempi di otturazione – il mosso nel reportage fotografico


Un altro aspetto fondamentale del linguaggio fotografico è il mosso.

Il tempo d’otturazione, durante il quale l’otturatore resta aperto permettendo alla luce di raggiungere la pellicola, determina il grado di percezione del movimento di un’immagine.

L’otturatore, oltre a determinare insieme al diaframma la quantità di luce che impressionerà la pellicola, permette un’interpretazione dell’azione nel tempo.

Se l’essere umano vede le cose muoversi nello spazio e nel tempo, la fotografia trattiene dell’azione soltanto un frammento di tempo: quanto più rapido sarà lo scatto (1/1000, 1/2000, 1/4000 di secondo) tanto più netto e leggibile sarà il più piccolo dettaglio della scena; il movimento risulterà congelato e l’immagine darà una sensazione di staticità.

Viceversa con un tempo più lento (1/8, 1/4, 1/2 di secondo) risulteranno mossi tutti gli elementi dell’immagine che non erano fermi durante lo scatto.

Come nel caso della profondità di campo anche qui non esiste una scelta univoca per ogni scena o soggetto: il movimento e il mosso possono risultare più o meno efficaci a seconda dei casi.

Tempi lenti o tempi rapidi.

L’azione di un calciatore che colpisce al volo il pallone ripresa con un teleobiettivo può essere resa in maniera efficace sia molto mossa, scegliendo un tempo lento, sia completamente congelata da un tempo rapido. In entrambi i casi la fotografia può fornire una buona narrazione, ma con risultati completamente diversi: in un caso il calciatore ripreso con un tempo lento (1/4 di secondo) sarà rappresentato in modo dinamico e le scie del movimento daranno il senso dell’azione.

mosso

Usando invece un tempo veloce (1/2000 di secondo) il calciatore apparirà immobile, la palla appoggiata al piede e la tensione dei muscoli del corpo ben evidente.

Anche in questo caso la scelta va fatta in funzione di un determinato intento interpretativo: esistono delle regole di massima che insegnano come il movimento possa essere più o meno enfatizzato.

Questo infatti non dipende solo dal tempo impostato ma anche dalla distanza che intercorre tra il punto di ripresa e l’azione.

Scattando con un tempo di 1/125 di secondo, un’azione molto veloce a 50 mt. dal punto di ripresa risulterà più mossa di un’altra che si svolga a 200 m, perché il livello di definizione di ogni soggetto dipende anche dalla distanza a cui si trova.

Una fotografia di movimento può essere molto interessante quando nella scena ripresa ci sono azioni che si compiono a diverse velocità: in questo caso il tempo d’otturazione coglierà differenti sfumature e dettagli in relazione al tempo di otturazione.

Un esempio molto interessante del mosso in fotografia è l’utilizzo che ne ha fatto Richard Avedon, uno dei più grandi ritrattisti americani.

È stato sicuramente uno dei primi a liberare la figura umana dalla staticità del ritratto in posa agendo sulla macchina fotografica o facendo muovere il soggetto.

Nello straordinario ritratto che fece al jazzista Louis Armstrong, ripreso con un forte movimento verticale del busto nell’atto di suonare la sua tromba, emerge il dinamismo e la forza del personaggio che difficilmente sarebbero stati resi da un ritratto tradizionale.

mosso

Un altro ambito in cui il mosso è diventato pregio stilistico e non più difetto tecnico è il reportage d’azione.

Si pensi alle foto di Robert Capa del D-Day: il movimento ha rafforzato la drammaticità e lo sforzo dei soldati lanciati all’assalto.

In questo modo Capa ha saputo enfatizzare senza retorica un momento decisivo nella storia del Ventesimo secolo, tanto da diventare un riferimento anche per il regista Steven Spielberg che si è fortemente ispirato alle sue foto per la scena iniziale del film Salvate il soldato Ryan.

Esistono anche casi in cui non è possibile dare una rappresentazione del movimento.

Fotografando una veduta cittadina con un’esposizione di molti secondi o addirittura minuti e magari di notte, i soggetti che attraversano l’inquadratura non lasceranno alcuna traccia della propria immagine.

Anche in questo caso ci sono degli splendidi esempi: Eugène Atget ha ripreso scorci di città con pellicole molto lente (si parla dei primi anni del 1900) e diaframma molto chiuso per evidenziare tutti i dettagli, tenendo necessariamente tempi di posa molto lunghi.

Nelle sue fotografie non si vedono esseri umani, se non la scia di qualcuno che è passato molto lentamente, e questo rende le sue immagini ancora più affascinanti e interessanti.

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